MESTIERI NAPOLETANI – L’acquafrescaio

L’acquafrescaio o acquajuolo e la sua acqua “d’e mummarelle” (rara e preziosa fonte d’acqua minerale sulfurea, ritenuta un’autentica panacea per molti dolori fisici), era colui che vendeva acqua fresca e limonate agli angoli delle strade. Solitamente disponeva di un carretto con il quale girava per le strade della città, mentre alcuni più fortunati riuscivano a stabilizzarsi aprendo un proprio chiosco, ornato con erbe e limoni.

DETTI NAPOLETANI – ” ‘A messa scaveza”. Chi la fa? Oggi in tanti, troppi. E purtroppo non sempre per buoni fini

Continua la nostra rubrica “detti napoletani”, un modo per studiare e conoscere la nostra storia. Oggi abbiamo scelto ” ‘A messa scaveza”.Tale espressione è riferita all’attività che un tempo le fanciulle facevano scalze per raccogliere fondi da destinare alla celebrazione di una messa votiva. Detto diversamente e in senso lato, dunque, chi fa una messa scalza o da scalzi, è colui che per ottenere un risultato o raggiungere un fine, fa di tutto pur di farcela spingendosi con insistenza con chiunque si aggiri nei suoi paraggi.

CURIOSITA’ – SAPETE COME NASCE ‘CARUSO’, IL CAPOLAVORO DI LUCIO DALLA? UN GUASTO AD UNA IMBARCAZIONE, UN RACCONTO E…

Lucio Dalla era figlio di Napoli. Nativo di Bologna, certo. Quel 4 marzo 1943 vide quella voce inconfondibile, unica e irripetibile, emettere il primo suono, il primo canto. Un amore filiale quello del poeta bolognese verso Napoli, e i napoletani questo sentimento l’hanno sempre ricambiato con grande slancio emotivo. Il capolavoro “Caruso” è certamente una delle massime espressioni della sua arte, ma soprattutto è un tributo verso quella terra bella e maledetta, felice e disgraziata, che ha amato da subito.

MA COME NASCE CARUSO? – La pioggia e un guasto all’imbarcazione una sera lo costrinsero ad un soggiorno prolungato all’Hotel Excelsior Vittoria di Sorrento, proprio nella suite dove il grande tenore ultimò la sua esperienza terrena, lasciando il posto all’immortalità del suo mito.
Una strana malinconia e il racconto dei proprietari dell’albergo che gli confidarono della segreta passione di Caruso verso una giovane allieva, ritemprarono la sua poesia e così, in 72 ore, nacque una delle più celebri e significative canzoni di sempre.
Così come prima Donizetti, Costa, D’Annunzio, Lucio Dalla sanciva un legame indissolubile con Napoli nel modo che più gli era congeniale: con la musica.

CHIESE DI NAPOLI – S. Caterina Spina Corona

“Dum Vesevi Syerena Incendia Mulcet” ovvero: ‘Mentre la Sirena addolcisce l’incendio del Vesuvio’ . Questa la frase che appare sul marmo della fontana di Santa Caterina Spina Corona, meglio conosciuta come ‘la fontana delle zizze’; raffigura la sirena Phartenope che dai seni fa uscire l’acqua atta a spegnere la lava incandescente del Vesuvio. La chiesa ubicata in via Guacci Nobile, risale al 1354; fu costruita per volere di nobili appartenenti al Seggio del Nilo. Ristrutturata nel tempo, oggi ne conserva ancora le porte originali e al suo interno invece sono conservati altari seicenteschi marmorei e qualche tela. La fontana venne rimossa per poi essere ricollocata, ma in un restauro successivo, esattamente nel 1925, fu deciso di spostarla definitivamente nel museo di San Martino e al posto dell’originale fu collocata una copia realizzata da Achille d’Orsi.

Secondo la storia legata a questo edificio, nel XIII secolo era frequentata da una numerosa comunità ebrea e per questo motivo le fu dato il nome di ‘Giudecca’. Dagli atti di un documento ritrovato, risalente al XVI secolo il gesuita di nome G.F. Araldo scrive: “S. Caterina monistero fatto alla Giudecca de’ Giudei fatti Cristiani, essendo Vicerè Don Pedro de Toledo et essendo circa 30 orfanelle et non essendo più il luogo capace di più, furon ridotte in S. Eligio, onde quel luogo fu estinto”. Dallo studio di storici invece evince che in principio la cappella era cristiana frequentata da monache Benedettine  trasferite poi per volere del Cardinale Alfonso Carafa e successivamente trasformata in sinagoga. Dalle ultime notizie, arrivano le intenzioni da parte dell’arcivescovo Crescienzio Sepe di riaprire la sinagoga per ridarla alla comunità ebraica.

DETTI NAPOLETANI – ‘A sporta d”o tarallaro: significato, storia e quel capolavoro di Pino Daniele

Paré ‘a sporta d”o tarallaro, ovvero avere l’aspetto di una cesta del venditore ambulante di taralli. E’ un’espressione napoletana che si attribuisce a persone o cose che non stanno mai ferme. Ovviamente il riferimento, il richiamo, è alla caratteristica principale di tale commerciante che andava su e giù per Napoli fino a quando non esauriva le sue scorte. Una locuzione, dunque, usata per definire alcuni personaggi che per motivi di lavoro o di … (in)capacità di ragionamento o forse anche per mero e scaltro calcolo, si spostano continuamente da una parte all’altra. Va detto, inoltre, che esiste un’accezione specifica che richiama un dettaglio dell’attività del tarallaro. Coloro che compravano i taralli, di solito si servivano da soli allungando le mani nella cesta e, con modalità non proprio igieniche, scegliavano i migliori. In tal senso, quando sentiamo dire “ma fa che m’avite pigliato p”a sporta d”o tarallaro”, vuol dire che chi lo pronuncia si lamenta di chi approfitta dell’apertura di fiducia e della propria magnanimità in senso lato.

Ma cos’è il tarallo? E’ quel prodotto rustico a forma di ciambella fatto con mandorle, sugna e pepe. Alcuni fanno risalire l’origine della parola al termine latino torus (cordone), di cui il tarallo ha l’intreccio e il vago richiamo. Il tarallaio, o meglio tarallaro, è una figura molto amata da Pino Daniele che regalò a mondo della musica un meraviglioso ritratto con la canzone “Furtunato”, che è il racconto di un noto tarallaro napoletano (Fortunato), appunto, che aveva “la robba bbella, nzogna nzò” (nzogna: sugna).

RICETTE NAPOLETANE- Si rinforza la tradizione e finisce nell’insalata

L’insalata di rinforzo è un piatto tipico natalizio che non deve assolutamente mancare sulle tavole dei napoletani, ma vediamo perchè questa insalata si chiama “di rinforzo”.
Ci sono diverse spiegazioni. Quella più diffusa, è che questa insalata accompagna tutto il periodo natalizio fino al Capodanno e, quindi, partendo dalla Vigilia con gli ingredienti base come cavolfiore, papaccelle (peperoni piccoli e piccanti), olive, capperi ed acciughe, si rinnova (rinforza?) via via nei giorni successivi integrando quello che è già stato mangiato o aggiungendo altri ingredienti.


Ma in realtà ad essere rinforzata era la cena leggera di Natale, che un tempo era costituita solo da spaghetti e un po’ di pesce. Quindi questa insalata era da rinforzo al misero menù natalizio dell’epoca.

COME SI DIFFONDE LA MUSICA A NAPOLI – La nascita di ‘Te voglio bene assaje’, la scrisse l’inventore dell’Aletoscopio. Di Giacomo racconta: “Salivano le voci dalla via…”

Che Napoli fosse «nu teatro antico sempe apierto», così come scrive Eduardo, è cosa nota e tangibile ancora oggi. Il suo essere/non essere nella storia, i suoi mali atavici, le sue bellezze, la sua cultura è possibile quasi viverle attraverso i sensi: chiudi gli occhi e il profumo del mare si sposa con quello della cucina; dischiudendoli scorgi in ogni dove mura antiche e chiese barocche, tra la magniloquenza e la sozzura dell’incuria; presti attenzione all’udito e ascolti musica, ora bassa e ahimè triviale talvolta, ora divina e ineffabile.

Ed è la stessa musica ad invadere l’aria e con essa l’animo, diffondendosi e passando di bocca in bocca, così come nei secoli scorsi, così come avvenne per Te voglio bene assaje, ritenuta da alcuni studiosi la prima Canzone Napoletana del filone pressappochisticamente definito classico, ma che sarebbe meglio definire d’Autore.

In realtà a scriverla non fu un poeta di professione, ma un ottico, Raffaele Sacco. Inventore dell’Aletoscopio – macchinario che tentava di smascherare le contraffazioni – diventò socio di varie accademie ed una sera, in un’occasione dilettosa, annunciò d’aver scritto Te voglio bene assaje e fu cantata per la prima volta da un tenore del Teatro Nuovo, con un coro che andava entusiasmandosi sempre più ad ogni strofa e all’ultima un secondo coro s’unì e come scrive il Di Giacomo: «salivano le voci dalla via e i cantatori erano popolani i quali componevano un pieno, inaspettato e sonoro, al finale appassionato».

Il successo fu alacre e la canzone, presentata alla Piedigrotta del 1835, cantata ovunque, fino diventare una sorte di tormento per un personaggio che si firmava G.S. e che su un giornale scrisse:

Addio mia bella Napoli,
fuggo da te lontano!
Perché pensier sì strano,
Tu mi dirai, perché?
Perché mi reca nausea
Quella canzone o mai:
Te voglio bene assaje
E tu non pienze a me!